Incontro con don Francesco Pesce

Giovedì 23 novembre ore 21, al cinema ‘donfiorentini’, don Francesco Pesce ci guiderà in una riflessione dal tema ‘Appassionato… come l’amore… come il cinema’, per esplorare insieme i linguaggi dell’amore e del cinema, come conclusione delle iniziative della giornata delle comunicazioni sociali. Abbiamo pasto a don Pesce alcune domande.

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1) Don Francesco, ti va di raccontare come si è sviluppato, allinterno della tua vocazione, il tuo interesse speciale per la famiglia? E linteresse per il cinema? Cosa li lega?

Di sicuro è nato per l’esperienza di famiglia che io ho vissuto e vivo come figlio e come fratello, e da qualche anno anche come zio. L’esperienza più forte però è stata nei primi quattro anni da vicario, a San Martino di Lupari (Padova): il parroco aveva dedicato 30 anni alla formazione delle famiglie, con uno stile di collaborazione con altre coppie, facendo della pastorale familiare non un settore della parrocchia, ma una dimensione di ogni attività. Io ero stupito di poter lavorare alla pari con coppie di adulti che su molti ambiti erano più preparati di me.

E l’interesse per il cinema? È nato per il fatto che sono andato ad abitare qualche anno fa vicino ad un cinema parrocchiale (non sono molto diffusi nelle nostre zone): se papa Francesco  in Amoris laetitia cita il Pranzo di Babette perché non approfittare di questo cinema per fare qualcosa? Inoltre, è significativa per me l’amicizia con un prete che lavora a tempo pieno su film e sale della comunità.

Famiglia e cinema ti permettono di entrare nella vita, «così com’è, incompiuta, chiamata a crescere, in cammino» (Cfr. AL 218).

 

2) Dal tuo osservatorio del ‘Centro della famigliaquali sono le difficoltà più grandi che riscontri nelle famiglie? E quali le risorse?

Oggi una delle difficoltà più evidenti è la tenuta della relazione di coppia. In un contesto come il nostro che non “vede” le relazioni, o al massimo le considera come espressioni (temporanee) dell’individuo, la relazione di coppia subisce i colpi più grossi. Un’altra difficoltà, poi, è il fatto che non esistono modalità prestabilite a cui rifarsi per impostare la propria relazione di coppia: se questo è condizione per la libertà, è anche spazio per la variabilità, che non è sempre facile da affrontare. Chi fa il tifo oggi per la relazione di coppia? Di fronte ad una difficoltà, è più facile trovare un amico che suggerisca: “mollala, mollalo, non ti merita, ti sei sempre sacrificato/a in questi anni, è ora che pensi un po’ a te”.

La risorsa principale diventa quindi la cura della relazione di coppia. Al “basta volersi bene” e al “basta parlarsi” va affiancato anche il “cosa posso fare per la relazione di coppia?”. Fare una cosa per il partner non coincide subito con il fare una cosa per la relazione di coppia. In particolare, la coppia va aiutata ad imparare a “prendere decisioni insieme”, in cui non si raggiunga un compromesso (“questa domenica al mare perché piace a te, domenica prossima in montagna perché piace a me”), ma una scelta che soddisfi entrambi.

Credo che questo tema sia uno dei motivi per cui tante coppie tirano una boccata d’aria leggendo Amoris laetitia. Sembrano dire: “finalmente qualcuno ha capito qual è la cosa a cui teniamo di più, la relazione di coppia”.

 

3) Facendo riferimento al tuo libro ‘Oltre la famiglia modello. Le catechesi di papa Francesco quale ritieni essere il cuore del messaggio del Santo Padre?

Leggendo con attenzione le catechesi che papa Francesco ha tenuto ogni mercoledì nel 2015 ho notato che ha usato poche volte la parola “famiglia” e questo mi ha incuriosito. Mi sembra di notare che il papa dia attenzione alle relazioni familiari, alle varie situazioni che una persona vive, mostrando che la dimensione familiare è sempre presente nelle persone: ogni persona ha un vissuto familiare, fatiche, gioie, desideri, tensioni in questo ambito. Allora, la questione non è di presentare la famiglia come un ideale da raggiungere, come un modello da mettere in pratica. Come ha detto altre volte, «le famiglie perfette non esistono», non perché noi non siamo capaci, ma perché non esistono e non esisteranno mai. Invece, nella catechesi papa Francesco suggerisce di annunciare Gesù alle persone nelle loro situazioni familiari così come sono. È possibile custodire Gesù anche nella situazione “più periferica”: è avvenuto a Nazaret, «sperduto villaggio, periferia». È significativo che sia proprio a questo proposito, ossia parlando di marginalità, di limite, che il pontefice dichiari qual è lo specifico della famiglia: «far diventare normale l’amore e comune l’aiuto vicendevole».

 

4) Il cinema può essere uno strumento efficace per fare catechesi e dialogare anche con i non credenti?

La risposta non può che essere sì. Credo che a riguardo uno degli apporti più importanti del cinema sia il fatto di “fotografare” esperienze di vita, pezzi di vita del mondo di oggi in cui viviamo. Ci aiuta, cioè, a fare i conti con la realtà. Un film ci mette con le spalle al muro, perché riesce a dare voce a sentimenti, a dinamiche o situazioni che viviamo, offrendoci scene o parole che ci restano in mente e continuano a “lavorare” dentro di noi, a farci pensare. Non so se sono troppo ardito… come le parabole? Fatti, episodi di vita realmente successi, raccontati da Gesù non tanto per insegnare un concetto, ma per provocare i suoi ascoltatori, per far loro prendere posizione… quasi: “E voi che cosa fareste? In quale personaggio vi riconoscete? Cosa avreste fatto al suo posto?”.

Per questo credo che un film sia adatto per una catechesi se è un film “normale”, anche con aspetti che non si condividono, capace di documentare la complessità della vita reale. Credo, invece, che un film cercato ad hoc, “perché mi serve un film che comunichi un determinato messaggio”, rischi di portare avanti ancora un’idea di vita ideale, di modelli da imitare o raggiungere, facendoci saltare la sfida più grossa: fare i conti con la parzialità. Infatti, l’«amore convive con l’imperfezione, la scusa e sa stare in silenzio di fronte ai limiti della persona amata» (AL 113).

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