“E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza”

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Venerdì 18 gennaio 2018 incomincia la nuova rassegna di incontri organizzato dall’Ufficio per le iniziative culturali della Diocesi di Imola alla sala “Dopo di noi” dell’istituto “Santa Caterina”.

Un titolo tratto dall’omelia che Papa Francesco ha pronunciato in occasione della XXVIII Giornata mondiale della Gioventù, il 24 marzo di sei anni fa. «Se gli uomini non avessero coltivato la  speranza, se non si fossero sorretti a questa virtù, non sarebbero mai usciti dalle caverne», ha aggiunto nel settembre del 2017, «e non avrebbero lasciato traccia nella storia del mondo».

E nella mitologia greca la speranza, chiamata «timor del futuro», è anche il rimedio ultimo a tutti i mali contenuto sul fondo del vaso che il dio Zeus regala alla prima donna mortale Pandora.

Si prenderanno in esame le poetiche e le opere dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij (venerdì 18 gennaio), dei nostri Primo Levi e Mario Rigoni Stern (venerdì 25 gennaio), Anna Maria Ortese (venerdì 22 febbraio), Giacomo Leopardi (venerdì 15 marzo), del poeta e scrittore francese Charles Péguy (“Don Fiorentini”, martedì 26 marzo) e del poeta tedesco Friedrich Hölderlin (venerdì 12 aprile).

Scorrendo il programma, «nessuno meglio di Dostoevskij ha saputo rappresentare con nitidezza quasi spietata il cuore dell’uomo: i personaggi dei suoi romanzi sono la riproduzione artistica della luce e dell’oscurità che ciascuno può riconoscere in sé», spiega Filippo Zanini. «Eppure questa rappresentazione non è neutra o, peggio, cinica: è percorsa da un costante anelito di speranza, dal desiderio ostinato di trovare buone ragioni per amare la vita e il prossimo».

«Per Rigoni Stern, il rapporto con la natura così intenso e profondo fu un rifugio e una cura alle atrocità della guerra e del campo di concentramento», aggiunge Gianmaria Beccari. «Quella cura che Levi, invece, non riuscì a trovare: per lui il segno lasciato da quel dramma rimase insuperabile, fino alla sua morte».

«L’Ortese mette in scena personaggi eterei, senza tempo, dove il bestiale e l’angelico si fondono e trasfigurano l’umano nella lenta ricerca dell’insondabile», continua Sara Fantini. «La realtà si divide così tra speranza e sogno, e la scrittura è restituzione del futuro».

«Sono folli e incoscienti gli uomini che ripongono tanta fede del futuro?», si domanda Elena Gurioli. «L’ormai sorpassata etichetta di “pessimista” che nel secolo scorso era stata conferita a Leopardi sembrerebbe suggerirci di sì. L’uomo maturo, che si è lasciato alle spalle la spensieratezza della giovinezza, ricorda a se stesso che desideri e speranze vanno dimenticati, perché tutto è vano e la vita è ingannevole. Eppure, se una voce interiore lo invita al riposo, un’altra si fa spazio nei versi, incalzando il poeta con continue domande esistenziali, che, in un certo sento, lo porteranno ad abbozzare una risposta ne La ginestra».

Per Peguy «in prima linea, a guidare i suoi comportamenti e i suoi scritti, c’è il bisogno… la necessità… di approfondire, comprendere, chiarire, scoprire i mille motivi per cui la vita di un uomo e del popolo cui appartiene ha valore», prosegue Enrico Vagnini, «scavando ogni fatto fino a coglierne il nucleo più vero e profondo».

Infine, Hölderlin «avverte, pur in chi “ama” il Divino, la possibilità di una colpa», conclude Beccari. «Non una trasgressione occasionale, ma una grave deviazione nel rapporto con la inattingibile purezza del Divino».

Luca Balduzzi

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