Charles Péguy: la speranza è lo sgorgare della grazia

 

Per tutta la sua vita Charles Peguy è stato in prima linea: lo è stato fin da giovane nelle sue battaglie socialiste, poi con i suoi Cahiers de la Quinzaine, pubblicazione quindicinale capace di ospitare le firme più prestigiose del primo novecento francese oltre ai suoi personalissimi e, spesso torrenziali, scritti, lo è stato nelle sue battaglie, potremmo dire quotidiane, da intelligente e colto polemista, per esempio quando si schiera dalla parte dell’ufficiale ebreo Dreyfus, ingiustamente accusato di spionaggio, o di Bergson, condividendo la denuncia del pensiero bell’e fatto, delle idee già fatte, delle abitudini alle quali la maggioranza degli uomini si aggrappa piuttosto che sposare la libertà di pensiero o nel momento di sostenere l’entrata in guerra della Francia, grazie alla quale conseguire il riscatto spirituale del popolo francese. E lo è stato nell’affrontare i mutamenti interiori che lo hanno portato a riscoprirsi cristiano, con la gioia di una rinascita, maturata comunque nell’alveo di tutta la sua ricerca precedente e lo è stato il giorno della sua morte, il 5 settembre1914, a capo del suo reggimento schierato sulla Marna. E ancora in prima linea, a guidare i suoi comportamenti e i suoi scritti, il bisogno, la necessità di approfondire, comprendere, chiarire, scoprire i mille motivi per cui la vita di un uomo e del suo popolo ha valore, scavando ogni fatto fino a coglierne il nucleo più vero e profondo anche nella solitudine e nell’indifferenza dei suoi contemporanei. Solo, stanco, malato, con una moglie che mai avrebbe riconosciuto il suo essere ridivenuto cristiano, che mai avrebbe accettato il battesimo dei figli, innamorato di una giovane collaboratrice, Peguy, pur di non mancare al proprio impegno di padre famiglia invece di cedere sotto il peso della disperazione, scopre la speranza, una speranza che è insieme nel presente la perennità del passato e l’anticipazione dell’avvenire.

05-2019-SeQuestoMan-Peguy-WEB

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