Giacomo Leopardi e la morte della speranza

Speranza e Leopardi non sono in antitesi? «Questa antitesi sembra talmente forte e insuperabile che non si può non pensare a lui nel novero degli autori che hanno scelto di fare di questo argomento il centro della propria poetica», spiega Elena Gurioli, che commenterà i brani letti da Luciano Chiesi della Compagnia degli Accesi e da Filippo Zanini. «Il primo pensiero va sicuramente alla famosissima A Silvia, in cui il poeta dichiara morta la propria speranza, come morta era la ragazza che ha ispirato la lirica. “Ah come, / come passata sei, / cara compagna dell’età mia nova, / mia lacrimata speme!”».

Tuttavia, «se da un lato il suo pessimismo pare insuperabile, è altrettanto vero che nei testi di Leopardi si individuano delle domande di senso ad un livello più “inafferrabile”, più interiore che esteriore, derivati da un’intima frequentazione dei testi sacri, ma anche da un dissidio dell’anima, che continuamente si interroga sulla vita, sul dolore e sul desiderio», aggiunge la Gurioli. «Non esiste forse poeta più colmo di desiderio di Leopardi: è un desiderio sopito, spesso inespresso e quasi falcidiato. Ma che non può non farsi sentire e portare sofferenza, nella percezione di una mancanza. Il piacere, secondo Leopardi, vive nelle questioni indefinite e vaghe. Per questo si può essere felici solo ricordando il passato o sperando un futuro di desideri realizzati. Il venditore di almanacchi, nell’augurarsi che il nuovo anno porti migliorie alla propria vita, nonostante percepisca che in passato nulla è andato bene, non può fare a meno che affidarsi ad un laconico ma eloquente “Speriamo!”».

La speranza è sempre presente, anche se in maniera implicita. «Non per niente, La ginestra, testo che si può leggere come testamento poetico e morale di Leopardi, contiene l’ultimo messaggio di quella che il poeta definisce la sua filosofia “disperata ma vera”», aggiunge la Gurioli. «Si tratta di un messaggio costruttivo, un ideale di grandezza fatto di coraggio e di forza nella sofferenza: l’appello a un’accorata e autentica solidarietà verso gli altri esseri umani».

Leopardi “dialogherà” con Fabrizio De Andrè. «La somiglianza più evidente è che Leopardi e De André avevano in comune la “disperazione”, il fatto di dichiararsi a più riprese uomini senza speranza», continua la Gurioli. «Entrambi però hanno fatto di questo disperarsi un pretesto di indagine della realtà, di analisi del mondo, delle sofferenze e del dolore. Non si sono fermati di fronte all’ostacolo ma si sono posti delle domande. E la ricerca, senza forse portare risultati definitivi e del tutto appaganti, ha permesso loro, comunque di percepire nel mondo un “dolce naufragare” o “una goccia di splendore”».

Luca Balduzzi

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